Alla scoperta dei Gazed

I suoni di questo primo album omonimo sono dolci come il miele, ma hanno un retrogusto tossico da non sottovalutare.

Non so praticamente nulla dei Gazed. Li ho visti una sola volta dal vivo in una piovosa domenica pomeriggio di settembre, stipati sotto un tendone bianco in Valle Scrivia, a due passi da Casella (entroterra genovese) e ho ascoltato un po’ di volte il loro disco omonimo su bandcamp (che presto uscirà su cassetta per l’indomita Flamingo Records). Il resto, però, rimane un mistero. Almeno per me. L’unica certezza è che era un po’ di tempo che non sentivo un gruppo suonare così, con quell’impasto irresistibile di melodie, muri di chitarre, basso metallico e scazzo incondizionato. A qualcuno potrebbe sembrare shoegaze – e non direbbe certo una fesseria – ma mi è parso di capire che quella definizione non piaccia più di tanto al terzetto genovese, che preferisce un più generico “wave”.

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Gazed: Synth-pop senza sintetizzatori e piglio punk

Per quel che vale: a me ricordano un certo synth pop liquido della prima metà degli anni Ottanta (Modern English, Human League), ma suonato senza sintetizzatori. Che detta così sembra una stronzata, lo capisco. Ma non saprei come altro descrivere la musica dei Gazed, basata su suoni ripetitivi e circolari, un giro di basso martellante, arpeggi e melodie malinconiche, seppellite sotto un muro di suono (e siamo a due: prometto che non userò più la parola “muro” da qui alla fine del pezzo). Il tutto con un pizzico di cattiveria, che li rende un po’ più ruvidi e punk.

La canzoni sono piuttosto omogenee tra loro e sembrano quasi un unico brano, lungo una quindicina di minuti (anche se il primo pezzo in scaletta si interrompe bruscamente). Insomma, un’immersione totale, per un disco che consiglio di ascoltare dall’inizio alla fine, con le cuffie ben piantate nelle orecchie e la schiena appoggiata alle pareti di un vagone della metropolitana, che sfreccia sui binari.

Vene malinconica tra melodie dolci e tossiche

Non ho la più pallida idea di cosa parlino i loro testi, perché al di là del mio inglese precario è davvero difficile riuscire a penetrare quella parete (ho detto parete, ok?) di chitarre e provare a capire cosa dica il cantante. Potrebbe anche raccontare storie bellissime di coppie felici, torti raddrizzati e spiagge dorate. Ma qualcosa mi dice che non è così. L’umore dell’album, nonostante la vena pop che vi dicevo, è decisamente troppo cupo: diciamo post-punk. E qui la finisco anche con i tentativi di trovare una definizione adeguata. Senza tirarla troppo per le lunghe, in questi giorni di piogge torrenziali e cieli di piombo, la musica dei Gazed fischia come pallottole sparate da criminali da strapazzo in fuga dalla legge. I suoni di questo primo album omonimo sono dolci come il miele, ma hanno un retrogusto tossico da non sottovalutare.

Il disco pubblicato come prima uscita della Flamingo Tapes Collection

Ed è quindi un’ottima notizia il fatto che Flamingo Records abbia deciso di pubblicare, come detto, il loro disco su cassetta, come prima uscita della Flamingo Tapes Collection: una serie di 5 nastri con il marchio della label genovese e le confezioni di carta, curate del laboratorio di Pepita Ramone (sempre di Genova). In questo modo l’immaginario anni Ottanta dei Gazed è completo e voi non resta che andarli a sentire all’Adescite Fest! il 6 e il 7 dicembre alla Buridda (non so precisamente in quale dei due giorni siano previsti, ma tanto si tratta di due serate da paura). Solo così potrete capire se ho detto una marea di cazzate o se, almeno qualcosa, l’abbia finalmente azzeccata.

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