Bobson Dugnutt: punk’n’roll dal retrogusto metallico

Ci sono in giro tante band in grado di esprimersi bene nelle molte zone di comfort che punk e hardcore forniscono a chi suona il genere. Quarant’anni e più di musica punk mettono a disposizione una serie di percorsi tracciati che ad un gruppo sgamato può venir comodo seguire. È così che un gruppo HC può mettere su un progetto “alla Negazione” o si può creare una valida formazione melodica “alla Riverdales” con buoni risultati senza troppi rischi.

Dopotutto il livello tecnico dei musicisti è più alto di un tempo e si può intraprendere una carriera pensando allo stile che si vuole ottenere, che un tempo era necessità (i Ramones sono stati un grandioso incidente di percorso della musica surf e garage) ma ora semplice questione di scelte, ovviamente per chi sa suonare.

Bobson Dugnutt

Bobson Dugnutt -Be the Change (Or Whatever)

Io amo le band che provano a spostare un po’ l’asticella, apportando modifiche a quello che c’era già o stravolgendolo completamente, ecco il caso dei Bobson Dugnutt, una band dal sapore fresco che ha però solide radici costruite con gli ascolti più svariati.

Se dovessi descriverlo in tre parole direi punk’n’roll dal retrogusto metallico, che non sono esattamente tre parole ma ci siamo capiti. Siamo davanti alla miglior tradizione crust, e non a caso mezza band è tedesca, terra nella quale il genere ha sempre detto la sua, ma con forti influenze speed rock alla Zeke e uno stile decisamente hardcore mm’ericano; insomma, quel sound caustico che si fa apprezzare da punk rocker e metalheads.

L’uno due iniziale di The Clock (i Direct Hit sotto steroidi) e Be the Change è micidiale, riff cafoni, voce principale che ricorda un po’ Phil Anselmo nella versione che preferiamo, ossia quella dei Down di Nola, solo mandata a velocità doppia (what else?). Il controcanto è demoniaco e graffiante e fa da contraltare perfetto alla tamarrìa della voce principale.

Ah, si parlava di tamarrate? Raptors Democracy, è fin dal titolo il pezzo più truzzo del disco.

Fuckers and priests
Keep telling me
the life I would live
Bastards a and liars
they keep on trying to blow out my fyah

Cantato decisamente più hardcore rispetto alle due precedenti, intro di basso incrostato di ruggine e interventi di chitarra che ho trovato puntualissimi e divertenti. Jerry the 5th è il pezzo più breve, la batteria brutale ci fa cavalcare lungo il primo minuto e spiccioli, dove entra a gamba tesa il breakdown di voci alternate e smetallata finale; non scapocciare è impossibile. Warvey Heinstein è la più sincopata, parte del ritornello ha un sapore Black Flag secondo periodo ma in generale ha la sua originalità. Si conclude con il mio brano preferito, Same Old Story, botta e risposta vocale, tupa tupa e riffing malvagio con svolte melodiche, mi ricorda i migliori F-minus. Il finale soprattutto, con le chitarre vibrate e l’apoteosi epica potrebbe essere stata suonata da Brad Logan in un pezzo dei Leftover Crack. Elogio anche per la copertina di Davide Mancini, da poster adolescenziale.

Bobson Dugnutt: un quarto d’ora di violenza

Dal mio punto di vista acquisto consigliassimo. Un quarto d’ora di violenza per lasciarti alle spalle una giornata di merda, è la colonna sonora che vorrei nelle cuffie tornando a casa dopo una brutta giornata a scuola o dopo 8 ore di schifoso lavoro sottopagato.

Unica pecca il rapporto numero di canzoni/prezzo, nel senso che per 10 euro mi aspetto un full length e non un ep di 6 pezzi, ma li perdono perché la qualità è altissima. Consigliato a punk rocker, metallari, crust e chiunque non storca il naso davanti alle cose non smaccatamente melodiche.

Dove trovarli

Share This Articles