Coconut Planters: l’hc melodico è roba per nostalgici?

L’hardcore melodico “californiano” degli anni Novanta non è invecchiato benissimo. All’epoca, quando avevo 15 anni, mi sembrava la musica più elettrizzante del pianeta: era velocissima, era “dura” e – appunto – aveva una vena melodica irresistibile. Ascoltare quella roba catapultava la mia grigia esistenza di adolescente squattrinato e di periferia nell’assolta California, tra skater, surfer, feste sulla spiaggia, costumi da bagno sgargianti e fiumi di alcol. Mi accontentavo di poco, insomma. E la musica era il lasciapassare per quel mondo incredibile, che avevo totalmente idealizzato (forse perché raramente leggevo i testi delle band).

L’hc melodico californiano è roba per nostalgici?

Ora che sono passati 23 anni e ho molti di quei dischi a prendere polvere sugli scaffali mi sembra davvero strano che, dopo così tanto tempo, ci siano dei ragazzini (ma anche dei trentenni) che vogliano suonare ancora quella roba. Diciamoci la verità: se ti va bene passi per nostalgico, altrimenti ti dicono direttamente che sei fuori tempo massimo.
Ma questo succede perché, come in tutte le scene musicali, anche in quella hardcore melodica di 25-30 anni fa c’erano cinque o sei (facciamo dieci) teste di serie e poi tantissimi comprimari (a volte anche di lusso), che col senno di poi hanno lasciato davvero poco in eredità. La differenza tra un band e l’altra in un genere così inflazionato (e oggi quasi del tutto scomparso) l’hanno sempre fatta le canzoni e la passione (come direbbe Sergio di “Boris”). E quindi capitava di imbattersi in gruppi “esteticamente” perfetti ma senza nerbo e di incrociarne in altri che, invece, ti facevano inarcare le sopracciglia e dire: cazzo, questi sanno il fatto loro. È quello che mi è successo ascoltando l’ep omonimo dei Coconut Planters, pubblicato un mese fa su cd da Flamingo Records e oggi tappa fissa nel mio stereo.

L’ep uscito per Flamingo Records e il concerto a Genova

Alberto, qualche tempo prima, mi aveva annunciato: “A breve faremo uscire il mini di una band piemontese che fa hardcore melodico, tipo Offspring e Millencolin”. E la prima cosa che ho pensato è stata: ma che, davero? (Davero con una v, non è un errore). Poi sono tornato a casa, ho soffiato via la polvere dalle mie copie scintillanti di “Ixnay on the hombre” e “Pennybridge pioneers” e li ho messi su, uno dopo l’altro. Sapevo le canzoni a memoria e mi sono ritrovato a cantarle come un cretino in salotto, mentre mia moglie mi guardava scuotendo la testa con la certezza di aver sposato un coglione. Poi Alberto ed Emi hanno pubblicato su Youtube un pezzo in anteprima del disco dei Coconut Planters (non ricordo quale) e ho pensato che non era niente male: il cantante aveva un’ottima pronuncia inglese (anche se detto da me vale poco), il suono era compatto e trascinante e la melodia, che correva rapida come ai vecchi tempi, ti restava cucita addosso. Qualche tempo dopo la band è venuta a suonare a Genova per un concerto di presentazione del disco (anche se il disco, in realtà, non era ancora pronto) e la serata è stata davvero bella. Eravamo al Cane, a pochi chilometri da casa, con un sacco di amici e con le birrette a pochi euro del bar che scorrevano a fiumi. I Coconut Planters si sono rivelati dei ragazzi simpatici e hanno suonato una mezzora (il tempo perfetto, secondo me), un bel set tirato e compatto.

Un gruppo sopra la media come Santamaria e L’Esperimento del dr. K

Un paio di settimane dopo – ma prendetela col beneficio del dubbio, perché con le date sono sempre stato un disastro – sono andato da Flamingo Records in piazza delle Vigne (qui a Genova) e ho finalmente comprato il cd. Nonostante questa serie consecutiva di eventi positivi legati alla band non mi aspettavo molto da questo mini album. E l’ho comprato soprattutto per supportare il prezioso lavoro dei Flaminghi. Quando sono arrivato a casa e l’ho infilato nello stereo, però, ho capito che, ancora una volta, Emi e Alberto c’avevano visto giusto. Dopo Santamaria, L’Esperimento del dr. K. (e molte altre ottime band del loro catalogo) questi Coconut Planters sono indubbiamente un gruppo sopra la media, che sa distinguersi fra migliaia di cloni, pur suonando un genere morto (e sepolto) vent’anni fa e oggi completamente fuori moda.

Recensione del disco tra Millencolin e All System Go!

coconut planters

Wasted avocados”, il pezzo con cui inizia il disco, parte con un’esplosione di chitarre e un vortice di suoni che sembra quasi di ascoltare una b-side di “Pennybridge pioneers”. Il pezzo, poi, parla di gente che cucina taco e di avocado sprecati (un delitto!!!!) ed è davvero una delizia. “San Antonio’s fire” è una scheggia di meno di due minuti sempre molto Millencolin, ma con delle melodie ‘dark’ alla All System Go (che erano canadesi) davvero interessanti. Anzi, se proprio devo azzardare un paragone direi che l’hc melodico di Coconut Planters più che la California, mi fa venire in mente la Svezia e tutta quella scena incredibile, che sapeva rivaleggiare con NOFX, No Use For A Name e compagnia bella, pur venendo da una terra lontana migliaia di chilometri e molto meno soleggiata, diciamo. Chissà: forse la penso così perché i Coconut Planters vengono dal “freddo” Piemonte o perché in Europa, volenti o nolenti, si suona in modo diverso rispetto agli Stati Uniti. Detto questo un brano come “Zombie deer disase”, il terzo in scaletta, non avrebbe sfigurato in una delle tante antologie “PunkOrama” pubblicate dalla Epitaph e usate come colonna sonora dei lunghi viaggi in macchina alla volta di qualche concerto sperduto.
Scraper” viaggia a 150 all’ora e la voce di Teo (il resto della band è formato da Corra al basso, Mazzo alla chitarra e Smau alla batteria) si alza di qualche tono, cantando 100 parole al secondo, mentre basso e batteria pulsano come un unico strumento.
L’ultimo brano, “(I hate this) summer song”, demolisce in tre minuti le mie elucubrazioni sulla vicinanza dei Coconut Planters all’hc melodico svedese, perché qui, al di là dell’argomento (pare che i ragazzi odino l’estate), il pezzo sembra davvero arrivare dall’assolata Los Angeles, con quei suoi corretti antemici e quella melodia limpida e zuccherosa che ti si sbrodola addosso.

Già al lavoro su nuovi pezzi per l’album sulla lunga distanza

Che dire? Anche se si tratta di appena cinque pezzi, come avrete già capito, i ragazzi ci sanno davvero fare. Non sbagliano un colpo e anche dal vivo sono una garanzia. La loro forza sono soprattutto i cori, perfetti e mai fuori posto. Un piccolo particolare forse, ma non è un dettaglio trascurabile se suoni hardcore melodico ‘alla vecchia’. Metteteci poi che il disco ha la solita grafica strafiga di tutte le produzioni Flamingo (se ne occupa la bravissima Emi) e direi che non potete lasciarvi scappare questo fulminante esordio. I Coconut Planters, tra l’altro, sono pronti per un tour (epidemia permettendo) e stanno scrivendo altri nuovi pezzi per un vero e proprio album: con queste premesse mi aspetto un disco che faccia rodere d’invidia Fat Mike e i ragazzi della rediviva Burning Heart.

Coconut Planters: dove trovarli

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