Haram, il punk Islam che parla agli emarginati della Grande Mela

Quando l’FBI e la polizia di New York bussano alla tua porta perché credono che tu possa essere un terrorista dell’Isis – visto che sei un libanese-americano pieno di tatuaggi, che canta testi in arabo in una punk band – la prima cosa che pensi, probabilmente, è: come andrà a finire questa storia?

La paura del diverso dopo l’11/09

D’altronde negli Stati Uniti far parte di una minoranza, non solo etnica ma anche culturale, non è mai stata una passeggiata. E non lo è di certo ora con Donald Trump come presidente. Ma quello che dimostra questa vicenda, capitata tre anni fa – e quindi durante l’amministrazione Obama – a Nader, cantante della band hc-punk newyorkese Haram e fortunatamente conclusasi con un nulla di fatto, è che dopo l’11 settembre, non solo nella testa dell’uomo medio ma anche in quella delle autorità americane (o forse sarebbe meglio dire occidentali) si è formato un tarlo difficile da tenere a bada.

Basta leggere un libro monumentale come “Alt-America. L’ascesa della destra radicale nell’era di Trump” di David Neiwert, appena pubblicato in Italia da Minimum Fax, per capire quanto i pregiudizi e le fake news nei confronti di chi è considerato “diverso” (straniero, punk, omosessuale) alimentino un clima d’odio e paranoia, che sta corrodendo le fondamenta delle nostre fragili democrazie. Tutte cose che, per un verso o per l’altro, c’entrano con gli Haram e il loro punk abrasivo e dissonante, suonato con una ferocia inaudita.

La band, in pista dal 2015, ha pubblicato un solo LP – che gira a 45 giri – dal doppio titolo in arabo e in inglese “بس ربحت, خسرت =When You Have Won, You Have Lost” (2017, La Visa Es un Mus) e due ep, tra cui l’ultimo intitolato emblematicamente “وين كنيت بي ١١​/​٩؟?=Where Were You On 9​/​11​?” (2019, Toxic State Records).

Perché, come dicevamo poco fa, anche a distanza di 18 anni l’11 settembre resta una data cruciale per gli americani, soprattutto per le minoranze. Tanto che può accadere che un ragazzino di origine libanese che studia in una scuola cattolica, il giorno degli attacchi alle due torri, venga portato nell’ufficio del preside e interrogato su dove siano i suoi genitori. Il padre di Nader, tra l’altro, in quel momento si trovava davvero nei luoghi della tragedia, ma era lì per soccorrere le persone sotto le macerie. Insomma tutta la rabbia di quel ragazzino, diviso tra due culture e due dogmi così diversi, si è trasformata nel giro di qualche anno nel perfetto detonatore per la musica degli Haram (che in arabo significa “proibito“).

Haram: punk Islam nudo e crudo

Nader vomita nel microfono tutta la sua frustrazione, mentre le chitarra gracchia come un mucchio di ferraglia sbattuto sopra una batteria dall’incedere marziale. Ascoltando “When You Have Won, You Have Lost” sembra di sentire i primi Discharge, anche se gli Haram suonano ancora più disperati e furiosi. L’arabo è una lingua perfetta per l’hardcore-punk (state tranquilli, nel libretto del vinile ci sono le traduzioni in inglese). Ma se l’esordio sulla lunga distanza ha un impatto devastante “Where Were You On 9​/​11​?“, l’ultimo ep della band, è forse il loro vero capolavoro. Il suono è più “pulito” rispetto al long playing e la voce di Nader è meno distorta. Le 4 canzoni in scaletta sembrano quasi a una preghiera punk dedicata a tutti gli emarginati della terra e, oltre ai classici elementi hardcore, contengono ritmi e sonorità che richiamano le origini mediorientali del cantante.

Qualcuno, una trentina di anni fa, parlava, con un pizzico di provocazione, di “punk islam” (dai che lo sapete a chi mi riferisco). Direi che gli Haram sono l’espressione migliore di quell’insolita suggestione.

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