Skeleton Coast: l’attesissimo ritorno dei Lawrence Arms

Dopo sei anni da Metropole, è arrivato Skeleton Coast, l’attesissimo ritorno dei Lawrence Arms.
Avevamo già detto, nell’articolo dedicato alla loro carriera, che il disco del 2014 non era all’altezza dei precedenti capolavori della band di Chicago. Mancava un po’ di personalità, per una band che normalmente ne ha parecchia, e tolti i soliti due o tre pezzi riusciti, il disco perdeva sulla lunga distanza.

Skeleton Coast cambia registro e anche scenografia. Dalla città (ovviamente Chicago) ci si sposta a El Paso, dove il gruppo si è chiuso in studio per due settimane, assorbendo il mood dell’America più rurale e western. Da questo scenario però i Lawrence Arms si discostano dalla loro solita malinconia e questo è forse il disco più oscuro della loro carriera. La morte come solito spettro, ma anche la speranza della luce fuori dal tunnel.

La prima particolarità è quindi il poco tempo in cui i Lawrence Arms hanno tirato fuori questo disco, nonostante la lunghissima attesa. Come a dire che dopo la pausa per riordinare le idee, servisse uno scatto compositivo piuttosto veloce. Dopo i progetti paralleli di McCaughan e Kelly, c’era poi da capire come sarebbe stata la “reunion”, sempre ricordando però che il trio non si è mai ufficialmente sciolto, nemmeno per i progetti spin-off.

I due cantanti si dividono in effetti il lavoro e, tranne qualche intromissione, le canzoni. Le più lente e riflessive sono quelle di McCaughan, le più aggressive quelle di Kelly, che ha praticamente perso la voce e che quindi risulta davvero unico, con un timbro ancora più roco.
Lo stile dei tre è consolidato da anni, ormai. Un Punk Rock che (soprattutto nelle canzoni di Chris) si avvicina all’Emo, pur non entrando mai interamente in questo genere. I Jawbreaker sono ovviamente i maestri su cui i nostri hanno studiato, per poi prendere la loro particolare strada.

Quiet Storm” apre alla grande il disco, con un testo davvero riuscito e ottime melodie. “Pigeons and Spies” è il miglior pezzo di Kelly, con la classica urgenza del bassista. “Dead’s Man Coat” e “Under Paris” sono la quintessenza del disco, con un sound che è classe pura, cosi come “Last, Last Words“, in cui c’è un’altra citazione al “Giovane Holden” (la prima era nella vecchia “The Disaster March“).
Lo stile narrativo del trio è qui esasperato, tanto che in “Coyote Crown” Chris si chiede, “Now who am I? The writer of the storyline?”.

Skeleton Coast è a tutti gli effetti un grandissimo ritorno, per un gruppo che da 20 anni continua a sbagliare praticamente niente, nonostante abbia fatto tantissime canzoni. “Inspiration is an idle drug”, ma per fortuna i Lawrence Arms ne hanno ancora tanta.

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