Un poliziottesco anticapitalista contro il classismo dell’alta borghesia

Quest’articolo di Cine-Denuncia lo vorrei dedicare ad un titolo molto significativo per la mia formazione cinematografica. Parlo del film che mi ha introdotto nei polizieschi all’italiana aventi i vari personaggi interpretati da Tomas Milian come fondamentali, il terzo capitolo della trilogia romana dedicata a “Er Monnezza”: La Banda Del Gobbo, del maestro alla regia Umberto Lenzi, 1977 (IT).

Premessa

Prima di imbattermi in questa pellicola, devo ammettere di aver avuto alcuni pregiudizi sul genere in questione, pensavo solo ai classici inseguimenti, sparatorie e battutacce alla romana, e infatti!! Nella sceneggiatura non mancano di certo, ma il film ci riserva qualcosa in più: una profonda critica alla società nobile/borghese italiana e all’autorità vaticana, tutto in stile capitolino: diretto, volgare ma ragionato, in perfetta linea con la lotta di classe dei compagni comunisti e anarchici negli anni 70.

Cinedenuncia La Banda Del Gobbo

“…E vòi scommette che r’giorno che a’mmerda diventa oro, noi poracci nascemo senza r’culo?”

Dopo i titoli di testa, le scene si aprono in un’officina d’auto abusiva, dove lavora Sergio Marazzi, detto er Monnezza. Lì facciamo conoscenza anche con il suo fratello gemello, Vincenzo Marazzi, detto er Gobbo de Roma, noto rapinatore perennemente latitante, di ritorno dalla Corsica; entrambi interpretati da Milian.
Il Gobbo, ovviamente non perde neanche un giorno di tempo, ed organizza subito una rapina con tre sue vecchie conoscenze: tre criminali con una doppia vita, i quali sono d’accordo sul sabotare la rapina per spartirsi il denaro fra loro, tradendo il Gobbo. Quest’ultimo, però, riesce a farla franca e dal giorno dopo attuerà la sua creativa vendetta nei confronti dei tre.

“Quanto sei bello Gesù mio… ‘O sai che su ‘a tera stanno a fa un sacco de sòrdi co ‘a vita tua?”

Successivamente alla rapina, il nostro protagonista, si trova alle costole il commissario Sarti (P. Colizzi) che farà di tutto per acciuffarlo, partendo dal prelevare er Monnezza per interrogarlo, il quale, sotto ordini del gemello, ingerisce un intero pacchetto di sigarette per essere il meno cosciente possibile durante l’interrogatorio e magari riuscire anche ad evitarlo. Così, arrivati al commissariato, tra dolori e deliri, il febbricitante Monnezza, rivolgendosi ad un ragazzetto somigliante alla figura occidentale di Gesù, critica ironicamente la ricchezza del Vaticano e giustifica le scelte di vita del fratello, dal momento che, in una società classista, gli “ultimi” si ritrovano a doversi arrangiare per sopravvivere, spesso sfociando nella criminalità e giudicati dallo stesso Stato che non viene in aiuto di chi ha bisogno.

“Sò loro che sò i diavoli! Che ce vonno mannà all’inferno! Dije che ce diano da studià! Che ce diano da lavorà!! Allora se potranno permette de giudicà mi’fratello”

Durante la permanenza, il Gobbo si rifugia in una baracca con una prostituta napoletana, conosciuta la sera stessa dell’arrivo a Roma, Maria (I. Danieli), con cui intraprende una relazione. Così, con la scusa di portarla a ballare, i due, più gli scagnozzi del Gobbo, entrano in un locale privato frequentato dalla borghesia romana, minacciando il proprietario. Lì, verrà eseguita l’ultima rapina della banda del Gobbo, ma lui, prima di ripulire i clienti del locale, ci tiene a spiegare il perché del suo crimine.

“…Ha raggione il signore là, semo gentaccia! Ma lui nun sa na cosa però! Che n’ce volevano fa entrà qua… perché non siamo degni de vedé quello che succede qua eh… ‘O sbajo più grande de noi poracci… è d’andà a rubbà, è d’andà a fà ‘e rapine… p’arivà ad esse come ‘vvoi che venite qua pe fà vedé chi c’ha più sòrdi… Ma allora ‘o sbajo nun è er nostro, ‘o sbajo è r’vostro, che date er cattivo esempio, ha’capito?… Io ve vojo fà capì, prima, che ‘e cose materiali n’sò importanti ne ‘a vita…”

ALLARME SPOILER

Durante la sparatoria finale, il Gobbo riesce a seminare la polizia per scappare nuovamente dall’Italia, ma perdendo il controllo dell’auto finisce fuori strada, morendo all’insaputa sia di Maria che del gemello, al quale lascia una lettera con delle banconote: “Caro stronzone, devo sparì pe n’po’ de tempo, pijate sti soldi e facce quarcosa de bono, magari aprice un negozietto…” (il resto è troppo commuovente, lo lascio a voi).

Il particolare che rende questo film un capolavoro, dal mio punto di vista, è che al contrario della maggior parte dei polizieschi, si incornicia della componente umana dei protagonisti, i quali, anche se ladri, assassini e rapinatori, hanno un cuore e lo dimostrano, sia con la critica alla società opprimente, sia dell’amore fraterno dimostrato reciprocamente dai due: da parte del Monnezza, volendo stare vicino al fratello, aiutandolo nelle sue operazioni criminali e da parte del Gobbo, cercando in tutti i modi di tenerlo fuori dai suoi problemi con la legge.

Spero di avervi invogliato a non perdere questa bella pellicola a cui tengo davvero molto, in quanto “poliziottesco atipico”, e magari, se avete tempo, vedetevelo dopo i primi due capitoli della trilogia: “Il Trucido e Lo Sbirro” e “La Banda del Trucido”, a mio parere geniali film di protesta, anche se non eguagliano questo terzo capitolo.

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