Un altro mondo (musicale) è possibile: uno sguardo al futuro della scena underground

Non amo scrivere in prima persona, l’ho fatto molto di rado e mi sono sempre sentito particolarmente a disagio, soprattutto rileggendo successivamente i miei pensieri. Forse per il semplice fatto che alcune situazioni, alcune realtà, alcuni spezzoni di (breve) vita vissuta sopra e sotto un palco mi abbiano causato nel 99% dei casi un mix emotivo sospeso tra la gioia di abbracciare una passione appieno, e il vederla troppe volte tradita.
Messe le carte in tavola, mi rendo conto di star vivendo, insieme a migliaia di altre persone su e giù per la Penisola, un anno particolarmente surreale. Uso questo aggettivo per una serie di motivi che tenterò di esporre in questo articolo, un po’ per la necessità di cercare una sponda nei lettori di Go-Go Zine, un po’ per mettere nero su bianco pensieri e opinioni che ritengo abbastanza comuni – e condivisibili – .

La prima ragione è semplice ma crudele: il 2020 è senza ombra di dubbio uno degli anni più disgraziati che potessimo avere il (dis)piacere di vivere. Morti, restrizioni di ogni sorta, il solito divario tra chi segue le regole e chi le ignora, in puro stile nostrano, per non dimenticarci il nostro volto anarchico (nel senso negativo del termine), fatto di scappatoie e metodi truffaldini. E poi c’è la Cultura, quella con la “c” maiuscola, che sta lì da mesi, rinchiusa in una cantina dalla quale, diciamolo pure, non ha mai messo il naso fuori. E qui le motivazioni si sprecano: mancanza di volontà di crederci, nella Cultura, mancanza di voler investire partendo dal basso, mancanza di capacità di programmazione a lungo termine all’interno di un settore che impiega migliaia (se non milioni) di persone.

In questo ormai girone infernale, dove a guadagnarci sono sempre i soliti noti, si inserisce prepotentemente la nostra amata (e trasandata) musica. Perché trasandata? Beh, nemmeno troppo complesso spiegarlo: una amalgama di micro-realtà che cercano di portare a casa dei risultati – divertimento, passione, voglia di far scoprire nuovi artisti – che molto spesso soccombe sotto lo strapotere mediatico dei grandi eventi.
Lungi da me voler guidare una Crociata anti-establishment, ma ritengo sarebbe utile capire come mai tanti circoli debbano sempre tirare a campare rispetto a cattedrali nel deserto dagli elevatissimi costi fissi e di gestione che, se va bene, garantiscono una manciata di produzioni ad alto budget nel corso dell’anno. Di nuovo, incapacità di leggere le sottoculture o semplice senso del profitto, ricco di zone d’ombra? Probabilmente entrambe le cose, visto che sono proprio i piccoli locali e le piccole gestioni a pagare il prezzo più alto del management scellerato del settore Musica, e di conseguenza a pagare pegno durante questa situazione di crisi non preventivabile né prevedibile. La tragedia globale scatenata dal Covid-19 ha semplicemente sollevato il coperchio di una pentola che ormai faceva acqua (bollente) da tutte le parti. Non si contano gli spazi di aggregazione chiusi o in stato comatoso, o addirittura obbligati a chiedere aiuto ad amici e band attraverso le iniziative più disparate.

Quando un circolo, un locale o un pub dediti alla musica live chiudono, un pezzo di città se ne va con essi. Perché può anche essere vero che molti giovani si siano disinnamorati dell’idea-concerto, ma è altrettanto vero che decine e decine di realtà continuano a fare il loro lavoro di diffusione di questa cultura senza soluzione di continuità – che tra l’altro, lavoro non è, in quanto il più delle volte la programmazione di eventi live comporta un’enorme dose di fatiche e sbattimenti di varia natura, a fronte di quasi nessun guadagno – . Frequento con una certa assiduità la scena italiana ed estera – soprattutto quella hardcore – da una dozzina di anni, da cinque cerco di contribuire con un gruppo di amici proprio all’organizzazione di serate tra Torino e provincia e nel (poco) tempo libero dal lavoro mi occupo di scrittura, passione tramandatami da mio padre. La cosa che più mi piace di tutto ciò è la quantità enorme di persone che si possono incontrare sulla propria strada. Ultimi in ordine temporale, i ragazzi che stanno dietro le quinte dello Strikedown Fest: kermesse punk, hardcore, metal, hip hop e rap con base in Sardegna, questa rassegna mi ha fatto aprire gli occhi di fronte a due cose.

strikedown fest underground

La prima: la determinazione conta, più di ogni altra cosa. Lavoro duro, massima resa: ecco un motto per questa realtà sarda, che fa proprio dell’intensità e della famosa “presa bene” uno dei suoi punti di forza. Secondo spunto di riflessione? Beh, la capacità di metterci la faccia e di riunire persone e attitudini, senza distinzioni di sorta. Questo può essere allargato a tantissimi altri festival italiani, che ora come ora rappresentano la fiammella dalla quale ripartire. Penso ad esempio agli ormai punti di forza Venezia Hardcore Fest e Frantic Fest, passando per il Pescara Hardcore Fest o il Krakatoa, fino alle centinaia di iniziative “local” promosse da realtà cittadine: ci sarebbe da ragionare, e non poco, circa il reale stato di salute della scena underground italiana.

A febbraio ho voluto toccare con mano quanto succede in Sardegna: doppia giornata in puro stile d.i.y., con obiettivi importanti – dal sostegno alle nuove band emergenti fino al ricordo di Carlo, amico e volto di spicco della scena locale, scomparso due anni fa – . Proprio nei locali del Cueva Rock Live di Quartucciu (CA) ho avuto modo di confrontarmi con Nicholas Worthington, cantante degli headliner Dead Swans, all’interno di un contesto dove tutto torna per 48 ore su un piano di amicizia e divertimento, andando a prendere a calci nel sedere tanto mainstream senza spina dorsale.
Band melodic hardcore inglese, seminale per sound, testi e aggressività sonora, i Dead Swans hanno raggiunto l’isola per una data secca, andando anche oltre le prime paure legate al virus, ai tempi sostenute più su Internet che dalla comunità scientifica.

underground dead swans

“Non siamo più una band attiva, non abbiamo più interesse né tempo per scrivere nuovo materiale, tuttavia ci piace pensare di poter prendere le distanze dagli obblighi classici di una band, suonando live quando riteniamo più congeniale farlo”, mi rivela Nicholas. La cultura d.i.y. manda avanti la maggior parte delle iniziative in UK, soprattutto a Londra. Penso ad esempio a tutto il circuito UKHC (band come Game, Mastermind, Renounced, Vent, Going Off ndr): è bello vedere come anche in Italia questo spirito sia un modo per trovarsi, stare bene insieme, vivere il concerto da un punto di vista umano. Abbiamo partecipato al Venezia Hardcore Fest nel 2016 e abbiamo trovato un ambiente di altissimo livello, dove una band come la nostra può esprimersi al meglio”, continua Nicholas. “Il progetto Dead Swans è stato per me un catalizzatore di emozioni forti, come la depressione, e poter ancora portare in giro la nostra rabbia è qualcosa che mi riempi d’orgoglio, nonostante i nostri impegni personali e progetti paralleli”.

La trasversalità di queste parole, di questo senso di appartenenza, di questo “prendere le cose per come sono”, dovrebbe essere alla base di un nuovo underground-pensiero, capace di rimettere in carreggiata una mentalità tutta che sembra sempre sul punto di esplodere, ma che poi puntualmente fa un passo indietro. E se fosse proprio il mantenere il tutto su un livello più “povero” e sostenibile, la soluzione a tanti problemi della nostra Musica, dei nostri palchi, delle nostre etichette e collettivi?
Bisogna dare credito a questo maledetto virus: d’ora in avanti sarà necessario sedersi a un tavolo e tornare a pianificare il futuro.

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